di Angela Maderna
L’intervista è stata realizzata in occasione di “Primitive”, mostra personale di Apichatpong Weerasethakul, a cura di Andrea Lissoni, che si è tenuta nel marzo 2013 presso HangarBicocca a Milano.
Di lui avrete sentito parlare nel 2010, quando gli e stata consegnata la Palma d’Oro per il suo ”Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives”. Meno noti i suoi sconfinamenti nel mondo dell’arte, che però lo hanno portato a esporre a Documenta nel 2012. Nel giro di 2 anni il lavoro di Apichatpong Weerasethakul ha ottenuto l’attenzione delle 2 rassegne più importanti del cinema e dell’arte. Un filmmaker che oltre al lungometraggio mette in scena l’intero il processo che lo ha preceduto. Durante la realizzazione di quel film premiato a Cannes, Apichatpong s’imabatte nel villaggio di Nabua (nell’area nord-est della lhailandia), che tra gli anni 60 e 80 venne occupato dall’esercito nazionale con l’intento di arginare il comunismo e che portò alla nascita di una comunità formata da donne e bambini. Da qui nasce “Primitive”, un progetto che dopo aver girato il mondo (dall’ Haus der Kunst di Monaco al New Museum di New York) arriva anche a Milano.
Fra i tanti motivi per cui vi consigliamo di vedere la mostra ce n’è ancora uno che, anche se di carattere affettivo, non può essere taciuto: tra i diversi media chiamati in causa in questo progetto c’è anche Cujo, un libro d’artista che ha fatto sì che nel 2009 il cammino di Weerasethakul incrociasse quello di Zero.
In occasione della mostra milanese gli abbiamo chiesto di parlarci del suo progetto.
“Primitive” è un progetto multidisciplinare, che attraversa diverse materie e utilizza differenti media, cancellando i confini tra cinema e arte. Puoi introdurcelo? Cosa vedremo all’HangarBicocca?
Sono cresciuto nel nord-est della Thailandia e l’ho abbandonato per lavorare nel cinema, a Bangkok, principalmente perché il centro era lì. Improvvisamente ho sentito l’urgenza di tornare indietro ed esplorare quella regione.
Ho iniziato a viaggiare e poi a incontrare le persone di questo villaggio (Nabua – n.d.r.). La storia politica del luogo mi ha incuriosito e ho deciso di documentarla, creando qualcosa sul posto. Non avevo progetti se non quello di rimanere e filmare. Quello che esporrò all’HangarBicocca sono i residui di queste memorie.
Quindi il viaggio in questo progetto è un aspetto importante?
Ero piuttosto ignorante rispetto a ciò che stava accadendo in quella regione. Questo è stato un viaggio chiarificatore, utile per scoprire il passato e sognare il futuro (che ha finito poi per essere una re-immaginazione del passato).
Possiamo dire che l’intero progetto è anche una sorta di viaggio nel processo creativo dell’artista?
Penso di si. Mi godevo le scene che abbiamo costruito giorno per giorno. Volevo eliminare tutti i fattori istituzionali e rendere la mia permanenza spontanea.
Ci sono molti materiali che abbiamo escluso. In qualche modo è stato come girare sulla base di una scrittura minimale.
Hal Foster ha scritto un saggio intitolato “L’artista come etnografo?”. La tua ricerca può essere associata all’etnografia?
Inevitabilmente vero. In Thailandia esistono grandi differenze culturali anche nelle vicinanze. È un sistema d’amministrazione dall’alto verso il basso. Perciò ho avuto molto da imparare in questo villaggio, indipendentemente dai ruoli che ricopro. In seguito ho potuto riflettere anche sull‘intera nazione.
In che modo luoghi e persone hanno influenzato la direzione di questo progetto? E come credi che il tuo lavoro li abbia cambiati?
Persone e luoghi cambiano sempre la direzione dei progetti. Abbiamo bisogno della vita, dell’energia del momento. Non so se il progetto abbia avuto un grande impatto sulle persone del luogo, forse non molto, ma non c’era l’intenzione di portare un cambiamento. Semplicemente adesso hanno una navicella spaziale in legno!
Che ruolo gioca in questo caso la memoria (privata e collettiva)?
Le memorie cancellate sono un fenomeno comune qui, non solo in questo villaggio. Tendiamo a essere una nazione della dimenticanza. Quindi è come se fosse una ricerca nella memoria perduta che poi ha portato a costruire qualcosa su alcuni frammenti. Non sono un accademico o un esperto in politica del nord-est. In questo progetto mi sono concentrato sul mio breve incontro e su come dare un senso ai miei sentimenti, alla memoria collettiva e al potere dei giovani.
Sappiamo che il cinema è la tua forma d’espressione privilegiata, ma questo progetto nasce da un libro (datoti da un monaco), un formato che poi hai utilizzato di nuovo all’interno del progetto stesso (realizzando Cujo). La maggior parte degli artisti ama lavorare sul libro. Potresti raccontarmi la tua esperienza?
È interessante il fatto che tu abbia menzionato il piccolo libro del monaco. Non mi ero reso conto di questa connessione. Infatti si, entrambi i libri condividono l’aspetto del ricordo e dell’allucinazione. Nel libro del monaco si narrano le vite multiple di un ragazzo chiamato Boonmee, che continua rinascere in varie forme nel nord-est. Nel mio libro d’artista, Cujo, allo stesso modo esistono diverse forme: il viaggio, il capitolo sulla vita della mia attrice e le immagini dei luoghi della narrazione.
Anche “Primitive” sta viaggiando per il mondo per essere esposto, ma m’interessa sapere se l’hai fatto vedere agli abitanti di Nabua e qual è stata la loro reazione.
Non proprio. Ho inviato i dvd, ma tutti i miei progetti di andare lì sono sempre stati interrotti. Sinceramente non sentivo il bisogno di rimanere per vedere la loro reazione, dal momento che non riesco a non considerare questa cosa come una parte dello schema, una componente del lavoro. Quindi ho in programma di andarci e guardare insieme con loro un film di Hollywood o qualcosa del genere.
Tornando alla tua mostra, mi piacerebbe sapere quali sono le tue sensazioni sullo spazio dell’HangarBicocca.
È uno spazio davvero monumentale. Mentre la mia è un’opera frammentata, qualcosa
di intimo. Spero che mantenga questa qualità con l’aiuto del buio. Devo dire che l’HangarBicocca ha un fantastico team di persone capaci di trattare il lavoro con grande sensibilità.
Focalizzando ancora una volta l’attenzione sui luoghi, quali sono le tue impressioni su Milano? C’è qualcosa in particolare che ha catturato la tua attenzione?
Mi piacciono le automobili qui, specialmente il loro design posteriore. Seriamente. È così diverso rispetto a quello che si vede in Thailandia, li lo stile è noiosamente squadrato.
Pubblicato su Zero Milano nel marzo 2013