Intervista a Rä di Martino

Un’intervista realizzata per Zero Milano in occasione della proiezione di The Show MAS Go On al PAC nell’ottobre 2014, nell’ambito di “GLITCH. Interferenze tra arte e cinema in Italia” a cura di Davide Giannella.

Angela Maderna: La tua ricerca artistica si è diretta spesso verso il mondo del cinema, le tue opere sono state presentate in diversi festival (la partecipazione più recente è stata quella alla Mostra del cinema di Venezia ad agosto). Da dove arrivano l’interesse per la cinematografia e la volontà d’intrecciare i linguaggi?
Rä di Martino: Il mio interesse per il cinema è di diversi tipi, da quello di spettatrice e quindi di amore, fino al desiderio di decostruirlo e di parlare degli effetti di cinema e televisione su di noi. quindi è stato spesso anche un tema per miei lavori, non solo video ma anche fotografici, e ora sta diventando una strada che vorrei intraprendere con progetti più narrativi.

Perché lavorare sui Magazzini allo statuto – MAS? E perché farlo proprio attraverso un film?
Io lavoro principalmente con le immagini in movimento, sia che esse diventino dei lavori di video arte, sia che, come in questo caso, siano più narrativi e per MAS è il mezzo perfetto perché è un luogo in costante movimento, in cui la musica è padrona incondizionata dello spazio.

Hai realizzato il film anche grazie al crowdfunding, in un momento in cui la committenza si contrae e forse l’arte ha bisogno di ampliare il proprio pubblico, credi che questo tipo di partecipazione sia una tappa verso un nuovo tipo di “critica”? Io scelgo di contribuire alla realizzazione di qualcosa in cui credo e non lo trovo semplicemente pronto da consumare?
Il crowdfunding è sicuramente interessante, rende più indipendenti i registi e i giovani produttori e se va a buon fine ti dà una grande carica il fatto di sapere di avere un gruppo di sostenitori che non otterranno niente in cambio, ma semplicemente credono nel tuo progetto. Io però non lo proporrei per qualsiasi lavoro, in questo caso era perfetto perché si trattava di avere aiuto per immortalare un luogo che è di tutti ed è amato da buona parte di una città. Penso che sia per questo che è andato molto bene.

Com’è stato lavorare con un linguaggio diverso insieme a degli attori professionisti come (tra gli altri) Iaia Forte e Filippo Timi (con cui in realtà avevi già lavorato in passato)?
È sempre una fortuna avere la disponibilità di lavorare con attori come loro, come anche Sandra Ceccarelli e Maya Sansa, non solo per la loro bravura e professionalità ma anche spesso per il contributo d’idee per i loro personaggi.

Puoi raccontarci qualche aneddoto dal set?
Ce ne sarebbero tanti. All’inizio non eravamo esattamente i benvenuti all’interno del grande magazzino, la zia delle proprietarie, che è sempre lì, ci ha fatto la guerra e a volte ci cacciavano, quindi anche per le scene recitate cercavamo di dare il meno fastidio possibile. Per esempio la scena di Sandra Ceccarelli, che è poi un breve remake da una scena di un episodio di “Ai confini della realtà” in cui si perde nei grandi magazzini di notte, l’abbiamo dovuta girare senza poter fermare i clienti, quindi dovevamo girare di corsa cercando di fermare nel modo più delicato possibile le persone e lei doveva ovviamente fingere di essere terrorizzata, ma con stuoli di clienti che la guardavano divertiti o scocciati di non potersi avvicinare al reparto pantaloni. Al contrario, quando siamo riusciti a farci accettare, per aiutarci abbiamo ottenuto di girare alcune scene durante la pausa pranzo, durante le quali venivamo letteralmente chiusi dentro con serrande abbassate.

Passiamo ad alcuni dei tuoi lavori precedenti. Ci racconti qualcosa dell’esperienza di viaggiare per il nord Africa in cerca di set cinematrografici abbandonati (progetto in mostra all’interno di GLITCH)?
I progetti fotografici legati ai set abbandonati sono nati nel 2010 con la prima serie, ora in mostra al PAC, di No “More Stars (Star Wars)”. Appunto le rovine delle scenografie di “Guerre stellari” nel sud della Tunisia. Tre diverse location, una ancora esistente con casette e robot, una con la ormai leggendaria casa di Luke Skywalker quasi al confine con l’Algeria e una completamente in distruzione che sicuramente ora sarà sepolta dalla sabbia. Queste rovine mi hanno immediatamente attratto perché sia finte che vere rovine, in quanto comunque testimonianze di qualcosa che fa parte della nostra storia, anche se recente.  È interessante anche sapere che sono delle rovine di qualcosa che nel nostro immaginario rappresentava un’idea del nostro futuro.

A fine estate hai realizzato un nuovo progetto a Bolzano (che è visibile al Museion fino all’11 gennaio 2015). Per l’occasione hai lavorato sul cortocircuito tra realtà e finzione e una parte del progetto è composta dalle riprese di un carro armato che girava inaspettatamente per la città, suscitando reazioni spontanee nelle persone che lo incontravano. Su un giornale di cronaca locale ho visto anche qualcuno che si scattava dei selfie con il carro armato, ci racconti com’è andata? Com’è nato l’intero progetto e come si è sviluppato?
Il lavoro è incentrato intorno ai Dummy tanks militari, finti carri armati ideati per ingannare i nemici sulle proprie forze militari. Sono un elemento comune nelle armate fin dalla prima guerra mondiale, anche se è una cosa poco conosciuta. Esistono foto storiche straordinarie, principalmente conservate all’Imperial War Museum di Londra, di carri armati in legno o tela dipinti a mano, o di sagome disegnate, sia della prima che della seconda guerra mondiale. Queste foto sono state il punto di partenza per il progetto. Poi a Bolzano, dove ho appena inaugurato la mostra c’è un’importante fabbrica di carri armati dell’Iveco, una delle più grandi in Europa, a pochi chilometri dal centro. Così ho deciso di far “passeggiare” un carro armato contemporaneo nel centro di Bolzano senza preavviso e senza cartelli, da solo e farlo parcheggiare nella piazza principale per filmare le reazioni. Come immaginavo molti selfie e foto ma anche molta necessità di toccarlo, cosa che mi ha stupito.

Alcuni dei tuoi film preferiti?
“Permanent Vacation”, “Stranger than Paradise” e “The Way of the Samurai” di Jim Jarmusch, “Otto e mezzo” di Fellini, “Il servo” di Joseph Losey, “Palindromi” di Todd Solondz, “The Swimmer” di Frank Perry, “La morte corre sul fiume” di Charles Laughton, “Rebecca la prima moglie” di Hitchcock, “Effetto notte” di Truffaut, “Passion” di Godard e poi all’infinito, ce ne sono tanti…

Un film d’artista che trovi geniale e ci consigli di vedere?
The Clock di Christian Marclay, un film di 24 ore montato solo con pezzi di film in cui si vede l’ora e l’ora corrisponde all’ora del giorno in cui lo stai vedendo.

Pubblicato su Zero Milano ottobre 2014 e su www.pacmilano.it

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