Una burla colossale. La risata di Damien Hirst ci seppellirà.

di Angela Maderna

In uno dei primi romanzi di Milan Kundera (“Lo scherzo”) la fede incondizionata nell’ideologia porta i personaggi a credere così seriamente a un banale scherzo del protagonista al punto da rovinargli la vita. Quello che ci viene proposto a Palazzo Grassi e Punta della Dogana è spaventoso (in mostra nei due spazi a Venezia “Treasures from the Wreck of the Unbelievable” l’ultima fatica di Damien Hirst, visitabile fino al 3 dicembre), e non perché oltremodo kitsch o di cattivo gusto, d’altra parte Hirst non si è mai distinto per raffinatezza ed eleganza di stile e probabilmente nessuno se l’aspettava. L’ormai non più Young, British Artist si sta facendo beffe di noi. Questa è un’operazione duchampiana nell’era della società dello spettacolo e della Disney, ci sta sbattendo in faccia la nostra mancanza di senso critico, il nostro berci qualsiasi balla ci venga raccontata dal potere del sistema dell’arte. Le bugie si trovano a vari livelli e gli indizi sono disseminati tra mostra, catalogo e dichiarazioni sibilline, in un’intervista rilasciata ad Alessandra Mammì è lui stesso a chiederci un atto di fede: “Credere è qualcosa di molto più forte e importante della verità. E se non hai fede non hai neanche gli ingredienti per decidere cos’è la verità.”
Ma partiamo dall’inizio: quello che ci viene raccontato prima dell’apertura della mostra e durante la visita è che nel 2008 nell’Oceano Indiano è stato ritrovato il tesoro del leggendario Cif Amotan II, vissuto tra il I e il II secolo d.C., un ex schiavo che tornato libero mise insieme un’opulenta collezione di opere e oggetti preziosi, andata perduta durante un naufragio. Già nel catalogo a partire dall’introduzione del mecenate/collezionista François Pianult (che ha sostenuto tutta l’operazione e ha messo a disposizione entrambi i suoi spazi a Venezia) troviamo un’incongruenza, ci racconta di come venuto a conoscenza di questo grande progetto dell’artista abbia voluto appoggiarlo, già da qui sembra che non ci sia nessun ritrovamento reale. Anche la curatrice della mostra Elena Geuna accompagna il suo testo in catalogo (che apre con “C’era una volta”) con una frase dall’Aleph di Borges che recita: “Accettiamo facilmente la realtà, forse perché intuiamo che nulla è reale” e come se non bastasse all’ingresso di una delle due sedi come un manifesto leggiamo “Somewhere between lies and truth lies the truth”. Poi gli oggetti in mostra: vengono presentati i presunti ritrovamenti, gli oggetti restaurati e i rifacimenti contemporanei che le didascalie dichiarano essere in marmo, bronzo, ma anche oro e pietre preziose. Insieme alle teste di Medusa, ai nudi greci e ai gatti d’oro troviamo anche Pippo, Topolino, i Transformers, Mowgli e l’Orso Baloo oltre all’autoritratto dell’artista e anche se il tutto è corredato da fotografie e video che documentano le immersioni e il recupero (vere?), mi pare evidente che qui ci venga sbandierato il fatto che se vogliamo credere a questa storia dobbiamo essere dei seguaci irragionevoli.
Forse per questo in pochi hanno creduto alla bugia più evidente e più dichiarata del ritrovamento. È però probabile che ce ne siano molte altre. Mentre brancolavamo nel buio ansiosi di capire e ci lasciavamo distrarre dai possibili collegamenti occulti tra la storia inventata e il contesto reale (nelle varie interpretazioni il collezionista del racconto è stato anche accostato allo stesso Pianult), quasi nessuno ha messo in dubbio la preziosità dei materiali (oro, malachite, smeraldi, lapislazzuli ecc.) e forse avremmo dovuto rimanere focalizzati su ciò che avevamo davanti, scrutare attraverso le teche per farci venire il dubbio che in più d’un caso possa trattarsi di materiali sintetici, invece ci siamo fidati del signore che nel 2007 ha fatto scalpore col suo teschio di diamanti. Allo stesso modo non ci si è chiesti se davvero il progetto possa aver richiesto 10 anni di lavoro.
Di certo nessuno ha osato né oserà spingersi oltre, mettendo in discussione il fatto apparentemente accertato che si tratti d’arte. Con questa gigantesca messa in scena, che va molto oltre le categorie di bellezza/bruttezza e il gusto soggettivo applicato ai singoli oggetti, il signor Hirst, ci sta dicendo che, forti di ciò che ha significato la Fontana di Duchamp nel 1917, accecati dal credo religioso nell’arte contemporanea, abbiamo avallato praticamente tutto ciò che è riuscito ad entrare a far parte del sistema (di cui siamo divenuti consapevoli negli anni Settanta), ce lo siamo comprati e peggio ora ci mettiamo in coda per vedere tutto, compresa questa burla colossale, bulimici consumatori di cultura, attratti dalle apparenze e dallo spettacolo i cui mezzi, per dirla con Debord, “sono al tempo stesso il suo scopo”. Alla fine possiamo sprecare fiumi d’inchiostro, fare analisi economiche tentando di affossarlo con la storia che le sue vendite erano in calo, spremerci le meningi, dividerci tra favorevoli e contrari, ma rimarremo sbeffeggiati perché anche se è impossibile ammetterlo a conti fatti ha ragione lui e gliene stiamo dando atto. La sua risata ci seppellirà.

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