L’Africa a Milano: due mostre a confronto

di Angela Maderna
per Zero Milano – leggi l’articolo su www.zero.eu

“L’Africa, o quantomeno la sua rappresentazione, occupa un posto preminente nell’immaginario occidentale”, lo scrive Ivan Bargna a proposito dell’arte tradizionale africana, ma dopo aver assistito a questo semestre di mostre milanesi non è azzardato estendere quest’affermazione alla contingenza.
L’attualità ci impone una presa di coscienza su larga scala di quello che la colonizzazione e il post-colonialismo hanno lasciato dietro di loro e analizzare il modo in cui abbiamo guardato all’Africa, anche dal punto di vista delle arti visive, è un tassello che contribuisce a ricostruire l’atteggiamento generale dell’occidente. Il racconto storico-artistico sull’Africa è stato confezionato dal Cacciatore bianco (titolo della mostra al FM Centro per l’Arte Contemporanea) che ha preso, distrutto e ricucito, lasciando delle tracce profonde dietro di sé, esattamente le stesse ricuciture-memento che ci mette davanti Kader Attia in uno dei primi lavori che incontriamo in mostra.
Marco Scotini, il curatore, ha scelto di analizzare il tema rileggendo le esposizioni del passato, partendo dal più lontano periodo fascista, a un passo dalla campagna d’Etiopia, del quale ricostruisce la sala 7 della Biennale di Venezia del 1922, dove per la prima volta in Italia vennero esposte 33 opere (non reperti etnografici) raggruppate sotto il titolo di Scultura Negra. In quest’ottica non si poteva poi prescindere da quel capitolo fondamentale che fu Magiciens de la Terre del 1989, che si porta dietro ad esempio le opere di Fréderic Bruly Bouabré, di Seni Awa Camara e di Bodys Isek Kingelez, oltre a una certa idea d’identità visiva e incontaminazione. Mentre dagli anni Novanta questa stessa concezione viene contestata, per poi approdare al mescolamento delle culture.
Viene da chiedersi se la perpetua riproposizione di esposizioni che gravitano attorno al tema Africa non continui ad alimentare il concetto di alterità e i suoi stereotipi, che al contrario si asserisce di voler annientare. Che ci piaccia o no, come scrisse Alfred Gell nel 1992, “l’atteggiamento degli estimatori dell’arte […] è un atteggiamento irrimediabilmente etnocentrico”, lo ripete anche Chéri Samba nei dipinti esposti al PAC, all’interno della mostra Africa. Raccontare un mondo, curata da Adelina von Furstenberg (sezione performance e video curate da Ginevra Bria). In questa seconda esposizione però, l’intento non è quello di riflettere sull’atteggiamento dell’occidente, bensì quello di restituire uno spaccato delle ricerche contemporanee nella regione subsahariana. Da una parte questo ci fa tornare dentro alle annose tematiche sull’identità culturale e sull’irrisolta questione coloniale, le mappe di Malala Andrialavidrazana ad esempio fanno riecheggiare le parole di uno dei personaggi di Chimamanda Ngozi Adichie: “le persone che hanno disegnato questa mappa hanno deciso di mettere la propria terra sopra alla nostra, ma non esiste nessun sopra o sotto”. Dall’altra parte invece si evidenzia una situazione nuova e incoraggiante: attraverso le opere di diverse artiste si sollevano istanze sul ruolo della donna (come fa Buhlebezwe Siwani) o sui diritti LGBT (nell’opera di Zanele Muholi) che non sono indissolubilmente legate al continente africano, ma che possiedono un carattere universale, aggiudicandosi anche il merito di mandare in frantumi gli stereotipi che abbiamo costruito.

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