Il leggero incontro tra Thea Djordjadze e Fausto Melotti

di Angela Maderna

“Una composizione armonica è bilanciata, ma una composizione bilanciata non è detto che sia armonica”. Quando Fausto Melotti, ex studente di matematica, ingegnere e diplomato in pianoforte, parlava di armonia non lo faceva certo a sproposito. Allo stesso modo quando un’artista contemporanea come Thea Djordjadze si confronta con un maestro del passato recente come appunto Melotti, non è certo detto che, seppur nell’ambito di un’oculata scelta curatoriale, il rapporto a distanza sia destinato a funzionare davvero.
Nel vocabolario alla voce “armonia” ci si riferisce alla concordia e alla consonanza d’idee e sentimenti e nonostante le variabili potenzialmente sfavorevoli di cui sopra, la sensazione che si ha immediatamente dopo aver varcato la soglia della sala al primo piano della Triennale è proprio quella di un dialogo armonico, in grado di aggiungere valore all’opera di entrambi gli artisti, coinvolti da Lorenzo Giusti (curatore) e Edoardo Bonaspetti (direttore artistico).
Thea Djordjadze rilegge quella parte del lavoro di Melotti legata ai teatrini e ce la presenta liberamente, senza caricarla di sovrastrutture intellettuali. Lo sguardo, non vincolato da una scansione temporale e dall’ansia della ricostruzione storica ed evolutiva del lavoro dell’artista scomparso nel 1986, può correre da una creazione all’altra, catturato di volta in volta dai dettagli formali che la Djordjadze, attraverso il suo lavoro, è stata capace di sottolineare con grande rispetto e sensibilità. Quasi come se l’artista georgiana ci mettesse davanti a una grande lettura formale non scritta ma visuale dell’opera di Melotti, in cui quello che conta sono gli elementi compositivi.
Mentre gli occhi corrono da un’opera all’altra, incuranti del tempo che le separa, assistono ad esempio alla trasmigrazione delle tonalità di colore: i blu,  i verdi e il rosso passano da un teatrino a un fondale, mentre il tono violaceo parte dalle garze con cui sono abbigliati i personaggi de “Gli adii” per posarsi, con un gesto apparentemente impreciso, sulla superficie vitrea della struttura/finta seduta di Thea Djordjadze.
Allo stesso modo osserviamo il gioco di pieni e vuoti, in cui gl’incavi dei minuti ambienti melottiani fanno il paio con le strutture trasparenti di Thea Djordjadze, che a loro volta sono la controparte degli ingombranti corpi metallici che in alcuni punti ci costringono a mantenere le distanze. C’è poi il rimando tra linee e forme rettangolari oltre al disegno complessivo fatto appunto di quegli elementi costitutivi che stanno alla base della rappresentazione, come le linee e i colori.
Uno scavare in profondità verso la struttura delle cose, senza lasciare nulla al caso, resa però imperfetta e più umana, non solo dalle meravigliose linee irregolari e un po’ sghembe dei teatrini di Melotti, che lasciano assaporare il gusto del manufatto, ma anche nelle strutture di Thea Djordjadze che rattoppa vistosamente le sue superfici trasparenti.
Questa tensione verso l’essenzialità sembra perseguire un obiettivo che non è quello di sovraccaricare di senso, al contrario di alleggerire, restituendoci il puro piacere della visione. Per citare Calvino è come se l’operazione messa in scena da Thea Djordjadze si configurasse come “una sottrazione di peso” sia sul piano interpretativo, sia su quello della fruizione dell’opera.
Le seconda sensazione che si ha mentre si percorre lo spazio è infatti quella della leggerezza. La luminosità dell’ambiente e l’ariosità dell’allestimento favoriscono questa sensazione di levità, già implicita negli esili steli tesi verso l’alto delle opere di Fausto Melotti. Thea Djordjadze butta in mare le zavorre con lo scopo (raggiunto) di arrivare a quella lievità indispensabile per abbandonare “un’era che abbiamo trovato invivibile” ed evidentemente segnata, come direbbe ancora Calvino, da una “ineluttabile pesantezza di vivere”.

 

La mostra:

Thea Djordjadze e Fausto Melotti – “Abbandonandoun’era che abbiamo trovato invivibile”
a cura di Lorenzo Giusti
direzione artistica
Edoardo Bonaspetti, Curatore Triennale Arte

dal 7 luglio al 27 agosto 2017
La Triennale, Milano

www.triennale.org

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